Scegliere il “progetto giusto” in programmi di Lean Six Sigma è una decisione manageriale prima ancora che tecnica: determina quanta energia organizzativa si trasforma in risultati misurabili, e quanta invece si disperde in iniziative che si spengono a metà strada. Un progetto ad alto impatto nasce da un problema reale, misurabile e con un business case solido, e cresce grazie a uno sponsor che rimuove ostacoli, allinea le priorità e rende il cambiamento sostenibile nel tempo.
In molte aziende il miglioramento si gioca su un paradosso: le opportunità sono tante, ma l’attenzione (e il tempo delle persone chiave) è limitata. Il Lean Six Sigma nasce proprio per gestire il miglioramento “project-by-project”, separando l’operatività quotidiana dai progetti focalizzati che portano risultati su processi e prodotti.
Un progetto Six Sigma ottimale deve avere tre ingredienti fin dall’inizio: problema chiaro, metodo rigoroso e governance. Nell’approccio DMAIC, infatti, l’ordine conta: Define per chiarire “qual è il problema”, Measure per misurarlo, Analyse per risalire alle cause, Improve per intervenire, Control per rendere i risultati strutturali.
Al contrario, i progetti che si spengono spesso partono “con la soluzione in tasca” o saltano le fasi per fretta. Quando si implementa una soluzione senza conoscere le cause, è come prendere un medicinale sui sintomi e non sulla malattia: l’effetto può essere temporaneo e il problema torna, magari in un’altra forma.
Se devi selezionare 3 progetti su 30 idee, la domanda non è “quale mi piace di più”, ma “quale mi sposta davvero i KPI che contano”. Un buon punto di partenza è usare le caratteristiche tipiche di un progetto Six Sigma come filtro iniziale:
Se manca anche solo uno di questi elementi, non è detto che l’idea sia sbagliata; spesso è solo “immatura”. In quel caso, la scelta manageriale migliore non è bocciarla per sempre, ma rimandarla finché non diventa un progetto “charterizzabile” (cioè descrivibile con rigore).
In molte aziende i progetti di miglioramento “nascono bene” ma si perdono strada facendo: cambiano obiettivo, allargano il perimetro, non trovano dati affidabili, oppure si scontrano con aspettative diverse tra sponsor, produzione, qualità e funzioni di supporto. Nel Lean Six Sigma, la fase Define serve proprio a prevenire questi scivolamenti, chiedendo un atto di chiarezza iniziale: mettere nero su bianco cosa faremo (e cosa non faremo), con quali metriche e con quale logica economica.
Il Project Charter è lo strumento che rende questa chiarezza operativa. Non è un documento “burocratico” e non è una slide per presentazioni: è una scheda di progetto rigorosa che formalizza l’iniziativa e che va mantenuta lungo tutte le fasi del DMAIC. Quando è fatto bene, il Project Charter svolge tre funzioni molto concrete: allinea le persone (tutti capiscono la stessa cosa), protegge il focus (evita che il progetto diventi un contenitore di problemi) e difende le priorità (perché collega il lavoro del team a benefici misurabili).
Si parte dal titolo, che deve essere chiaro e inequivocabile. Un titolo efficace non cerca di essere brillante: dichiara cosa cambierà e dove, per esempio “riduzione dei difetti…”, “riduzione degli errori in fatturazione…”, “riduzione dei tempi di risposta ai reclami…”. Se il titolo è vago, spesso lo diventa anche la gestione quotidiana del progetto: ognuno lo interpreta a modo suo e, in poco tempo, aumenta il rischio di dispersione.
Subito dopo arriva il Problem Statement, cioè la descrizione del problema da affrontare. Qui il Lean Six Sigma propone una regola semplice e potente, presa dal giornalismo anglosassone: rispondere alle “WH”, ovvero cosa è successo, quando è successo, dove si manifesta, come si presenta, chi l’ha notato e perché è un problema. L’obiettivo non è “raccontare una storia”, ma costruire una descrizione dettagliata e condivisa che non venga fraintesa da sponsor, team e stakeholder.
Una volta chiarito il problema, il Project Charter chiede di esplicitare il Business Case: perché vale la pena investire tempo e risorse su questo progetto, e quanto costa non farlo. In pratica è il ponte tra i dati operativi e il conto economico: difettosità, consumi, ritardi, ore di rilavorazione o costi di reclamo diventano numeri che consentono di prioritizzare in modo razionale, non “a sensazione”.
Il passaggio che più spesso salva i progetti da derive è lo Scope (o “Ring” di progetto). Il ring definisce i confini: cosa è in scope e cosa è fuori scope, cioè cosa rientra nelle competenze del progetto e cosa no. È utile anche per dichiarare i vincoli, come “non penalizzare l’efficienza produttiva”, perché rende esplicito fin da subito che il miglioramento deve essere compatibile con le esigenze operative.
A questo punto si entra in una dimensione più manageriale: obiettivi, persone e governance. Nel Six Sigma, fissare i goal non è solo “scegliere un numero”: si ragiona distinguendo baseline (prestazione attuale), entitlement (prestazione ottimale, lo stato dell’arte) e goal (target realistico del progetto in corso). Questa logica aiuta a evitare due errori tipici: obiettivi troppo prudenti, che non creano urgenza, e obiettivi troppo sfidanti, che rischiano di vanificare lo sforzo.
Infine, il Project Charter rende visibili benefici e costi e stabilisce un cronoprogramma. I benefici vengono distinti in economici (savings e costi evitati contabilizzabili), tangibili (quantificabili ma non monetizzabili, come capacità o tempi di consegna) e intangibili (immagine, morale interno, soddisfazione del cliente). Lo schedule, invece, scandisce le fasi DMAIC e prevede momenti di verifica (tollgate) per controllare avanzamento e coerenza: non “riunioni di aggiornamento”, ma punti decisionali basati sulle evidenze raccolte.
In sintesi, il Project Charter è il modo più semplice per alzare la qualità manageriale dei progetti: riduce ambiguità, accelera l’allineamento e rende i risultati difendibili perché misurabili. Ed è spesso il discrimine tra un progetto che “fa rumore” e un progetto che lascia risultati stabili.
Per capire come questi criteri funzionano nella pratica, riportiamo un’esperienza reale di un’azienda del mondo life science, concentrandoci su risultati misurabili e scelte replicabili.
L’azienda, dopo anni di investimenti in impianti e tecnologia per sostenere la competitività, ha scelto di cercare una strada di crescita alternativa: migliorare i processi senza ricorrere subito a nuovi investimenti. Il primo progetto Lean in ambito produttivo ha portato, senza investimenti tecnologici costosi, a un aumento del 50% dei volumi su uno dei prodotti principali.
Qui c’è già un insegnamento per chi seleziona progetti: l’impatto non nasce solo da grandi investimenti, ma dalla capacità di mettere a fuoco la perdita “attaccabile” e lavorare con metodo. Sull’onda del risultato, l’azienda ha esteso l’approccio ad altri ambiti e ha avviato un cambiamento culturale, sostenuto da percorsi formativi Green Belt e Black Belt.
Il dato interessante non è solo “quante persone in aula”, ma la scelta organizzativa: oltre 60 risorse, di livello e funzioni diverse (operatori, tecnici, manager, staff), hanno partecipato ai corsi Green Belt; 4 hanno completato anche il percorso Black Belt. L’obiettivo dichiarato era sviluppare agenti del cambiamento motivati e capaci, fornire strumenti innovativi per affrontare vecchi e nuovi problemi e offrire alle persone la possibilità di contribuire in prima persona agli obiettivi aziendali.
Anche sul piano dei benefici operativi, l’azienda ha collegato il miglioramento a indicatori di affidabilità: viene citato un ulteriore miglioramento in OTIF e ATS e il consolidamento della reputazione nel gruppo. Sul piano economico, viene riportata l’implementazione di progetti Lean che hanno portato a “saving importanti”, e sul piano organizzativo l’effetto descritto è empowerment, maggiore engagement e orientamento all’innovazione.
Questo tipo di percorso è utile da ricordare quando un manager si chiede “mi conviene investire in formazione o partire subito con i progetti?”. Nel caso descritto, progetto e competenze sono stati costruiti insieme: il progetto ha creato credibilità, la formazione ha reso il miglioramento scalabile.
Nella pratica, uno sponsor efficace non è “chi firma” ma “chi rende possibile”. Nel format del Project Charter, tra i ruoli compare il Champion, che supporta e consolida il team, insieme a figure come Master Black Belt e project leader (Black Belt).
Se vuoi che i progetti ad alto impatto non restino slide, lo sponsor deve presidiare almeno tre leve:
Nei progetti DMAIC, la motivazione non è un extra: è la condizione per portare a casa il lavoro di raccolta dati, analisi e implementazione. Nei moduli di formazione si sottolinea che il sistema motivazionale aziendale guida il comportamento verso obiettivi coerenti con la strategia e che le persone reagiscono in base a sensibilità e storia personale.
Inoltre, viene evidenziato che la motivazione non dovrebbe passare solo dal fattore economico: agire sui fattori non monetari è più impegnativo, ma produce effetti più duraturi rispetto a leve che si esauriscono nel breve. Operativamente, uno sponsor (e un project leader) dovrebbe saper leggere segnali di demotivazione: lamentele sul carico, ritardi alle riunioni, negazione della possibilità di migliorare, dinamiche di colpevolizzazione.
Un gesto semplice ma spesso trascurato è la celebrazione della fine progetto: serve a comunicare risultati operativi ed economici e, anche quando gli obiettivi non sono pienamente raggiunti, a capitalizzare gli apprendimenti (cosa abbiamo sbagliato, come migliorare la gestione dei prossimi progetti).
Il Lean Six Sigma inizia a diventare davvero utile quando smette di essere un insieme di strumenti e diventa un modo concreto di gestire il miglioramento “project-by-project”, con obiettivi, metriche e responsabilità chiare. In questa logica, il Master Lean Six Sigma è presentato come un percorso strutturato su tre livelli crescenti di competenza, specializzazione e certificazione.
Se stai valutando di avviare Lean Six Sigma (o rilanciarlo), il passo più utile non è “partire con tanti progetti”, ma scegliere 1–2 progetti ad alto impatto, costruire un Project Charter solido e nominare sponsor che possano davvero governare il percorso.
Prima di approvare un progetto di miglioramento, la domanda chiave non è “possiamo farlo?”, ma “stiamo per investire tempo e persone su un’iniziativa impostata bene?”. In Lean Six Sigma questo punto è cruciale, perché il progetto non è un’idea: è un impegno che va formalizzato in modo rigoroso (Project Charter) e poi governato con momenti di verifica che abilitano decisioni vere, come proseguire, chiudere o rielaborare.
Per questo, in questo articolo ti lasciamo un utile strumento che puoi usare da subito in azienda: una checklist “pre‑tollgate” pronta all’uso, pensata per aiutarti a validare in pochi minuti problema, numeri, obiettivi, confini, ruoli e sponsor prima ancora di mettere l’iniziativa in calendario.
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Quali sono le caratteristiche di un progetto Six Sigma ben scelto?
Un progetto nasce per risolvere un problema reale, misurabile, con impatto economico e soluzione non nota a priori; in genere dura tra 2 e 6 mesi e richiede un team con competenze complementari.
Che cos’è il Project Charter e perché serve ai manager?
È il documento che formalizza il progetto nel DMAIC e rende chiari problema, business case, scope/ring, team, obiettivi, benefici/costi e schedule, evitando ambiguità e aspettative non realistiche.
Come si evita di scegliere progetti che “partono con la soluzione”?
Pretendendo che prima si caratterizzi il processo e si cerchino le cause: implementare una soluzione senza conoscere le cause porta a risultati fragili o casuali.
Cosa rende uno sponsor davvero efficace?
Presidiare governance (scope e priorità), ritmo (tollgate) e persone (motivazione, feedback, rimozione ostacoli); la leva motivazionale non è solo economica, ma anche riconoscimento e crescita.