Come si selezionano progetti Lean Six Sigma ad alto impatto (senza partire dalla soluzione)?

Scegliere il “progetto giusto” in programmi di Lean Six Sigma è una decisione manageriale prima ancora che tecnica: determina quanta energia organizzativa si trasforma in risultati misurabili, e quanta invece si disperde in iniziative che si spengono a metà strada. Un progetto ad alto impatto nasce da un problema reale, misurabile e con un business case solido, e cresce grazie a uno sponsor che rimuove ostacoli, allinea le priorità e rende il cambiamento sostenibile nel tempo.

Perché alcuni progetti “decollano” e altri no?

In molte aziende il miglioramento si gioca su un paradosso: le opportunità sono tante, ma l’attenzione (e il tempo delle persone chiave) è limitata. Il Lean Six Sigma nasce proprio per gestire il miglioramento “project-by-project”, separando l’operatività quotidiana dai progetti focalizzati che portano risultati su processi e prodotti.

Un progetto Six Sigma ottimale deve avere tre ingredienti fin dall’inizio: problema chiaro, metodo rigoroso e governance. Nell’approccio DMAIC, infatti, l’ordine conta: Define per chiarire “qual è il problema”, Measure per misurarlo, Analyse per risalire alle cause, Improve per intervenire, Control per rendere i risultati strutturali.

Al contrario, i progetti che si spengono spesso partono “con la soluzione in tasca” o saltano le fasi per fretta. Quando si implementa una soluzione senza conoscere le cause, è come prendere un medicinale sui sintomi e non sulla malattia: l’effetto può essere temporaneo e il problema torna, magari in un’altra forma.

Che cosa rende un progetto davvero ad alto impatto?

Se devi selezionare 3 progetti su 30 idee, la domanda non è “quale mi piace di più”, ma “quale mi sposta davvero i KPI che contano”. Un buon punto di partenza è usare le caratteristiche tipiche di un progetto Six Sigma come filtro iniziale:

  • Parte da un problema reale (non da un tema generico tipo “migliorare la qualità”).
  • L’inefficienza è misurabile in modo oggettivo, quindi osservabile con dati, non con percezioni.
  • Ha un impatto economico (savings o costi evitati) esplicitabile e difendibile.
  • La soluzione non è nota a priori: serve analisi, non solo “best practice” copiate.
  • Solitamente ha una durata tra 2 e 6 mesi: un arco di tempo abbastanza breve da mantenere alta l’attenzione del team e abbastanza lungo da raccogliere dati solidi e dimostrare i risultati.

Se manca anche solo uno di questi elementi, non è detto che l’idea sia sbagliata; spesso è solo “immatura”. In quel caso, la scelta manageriale migliore non è bocciarla per sempre, ma rimandarla finché non diventa un progetto “charterizzabile” (cioè descrivibile con rigore).

Il Project Charter: lo strumento che evita progetti confusi

In molte aziende i progetti di miglioramento “nascono bene” ma si perdono strada facendo: cambiano obiettivo, allargano il perimetro, non trovano dati affidabili, oppure si scontrano con aspettative diverse tra sponsor, produzione, qualità e funzioni di supporto. Nel Lean Six Sigma, la fase Define serve proprio a prevenire questi scivolamenti, chiedendo un atto di chiarezza iniziale: mettere nero su bianco cosa faremo (e cosa non faremo), con quali metriche e con quale logica economica.

Il Project Charter è lo strumento che rende questa chiarezza operativa. Non è un documento “burocratico” e non è una slide per presentazioni: è una scheda di progetto rigorosa che formalizza l’iniziativa e che va mantenuta lungo tutte le fasi del DMAIC. Quando è fatto bene, il Project Charter svolge tre funzioni molto concrete: allinea le persone (tutti capiscono la stessa cosa), protegge il focus (evita che il progetto diventi un contenitore di problemi) e difende le priorità (perché collega il lavoro del team a benefici misurabili).

Si parte dal titolo, che deve essere chiaro e inequivocabile. Un titolo efficace non cerca di essere brillante: dichiara cosa cambierà e dove, per esempio “riduzione dei difetti…”, “riduzione degli errori in fatturazione…”, “riduzione dei tempi di risposta ai reclami…”. Se il titolo è vago, spesso lo diventa anche la gestione quotidiana del progetto: ognuno lo interpreta a modo suo e, in poco tempo, aumenta il rischio di dispersione.​

Subito dopo arriva il Problem Statement, cioè la descrizione del problema da affrontare. Qui il Lean Six Sigma propone una regola semplice e potente, presa dal giornalismo anglosassone: rispondere alle “WH”, ovvero cosa è successo, quando è successo, dove si manifesta, come si presenta, chi l’ha notato e perché è un problema. L’obiettivo non è “raccontare una storia”, ma costruire una descrizione dettagliata e condivisa che non venga fraintesa da sponsor, team e stakeholder.​

Una volta chiarito il problema, il Project Charter chiede di esplicitare il Business Case: perché vale la pena investire tempo e risorse su questo progetto, e quanto costa non farlo. In pratica è il ponte tra i dati operativi e il conto economico: difettosità, consumi, ritardi, ore di rilavorazione o costi di reclamo diventano numeri che consentono di prioritizzare in modo razionale, non “a sensazione”.​

Il passaggio che più spesso salva i progetti da derive è lo Scope (o “Ring” di progetto). Il ring definisce i confini: cosa è in scope e cosa è fuori scope, cioè cosa rientra nelle competenze del progetto e cosa no. È utile anche per dichiarare i vincoli, come “non penalizzare l’efficienza produttiva”, perché rende esplicito fin da subito che il miglioramento deve essere compatibile con le esigenze operative.​

A questo punto si entra in una dimensione più manageriale: obiettivi, persone e governance. Nel Six Sigma, fissare i goal non è solo “scegliere un numero”: si ragiona distinguendo baseline (prestazione attuale), entitlement (prestazione ottimale, lo stato dell’arte) e goal (target realistico del progetto in corso). Questa logica aiuta a evitare due errori tipici: obiettivi troppo prudenti, che non creano urgenza, e obiettivi troppo sfidanti, che rischiano di vanificare lo sforzo.​

Infine, il Project Charter rende visibili benefici e costi e stabilisce un cronoprogramma. I benefici vengono distinti in economici (savings e costi evitati contabilizzabili), tangibili (quantificabili ma non monetizzabili, come capacità o tempi di consegna) e intangibili (immagine, morale interno, soddisfazione del cliente). Lo schedule, invece, scandisce le fasi DMAIC e prevede momenti di verifica (tollgate) per controllare avanzamento e coerenza: non “riunioni di aggiornamento”, ma punti decisionali basati sulle evidenze raccolte.​

In sintesi, il Project Charter è il modo più semplice per alzare la qualità manageriale dei progetti: riduce ambiguità, accelera l’allineamento e rende i risultati difendibili perché misurabili. Ed è spesso il discrimine tra un progetto che “fa rumore” e un progetto che lascia risultati stabili.

 

Dal metodo ai risultati: cosa succede quando il progetto è scelto bene

Per capire come questi criteri funzionano nella pratica, riportiamo un’esperienza reale di un’azienda del mondo life science, concentrandoci su risultati misurabili e scelte replicabili.

L’azienda, dopo anni di investimenti in impianti e tecnologia per sostenere la competitività, ha scelto di cercare una strada di crescita alternativa: migliorare i processi senza ricorrere subito a nuovi investimenti. Il primo progetto Lean in ambito produttivo ha portato, senza investimenti tecnologici costosi, a un aumento del 50% dei volumi su uno dei prodotti principali.

Qui c’è già un insegnamento per chi seleziona progetti: l’impatto non nasce solo da grandi investimenti, ma dalla capacità di mettere a fuoco la perdita “attaccabile” e lavorare con metodo. Sull’onda del risultato, l’azienda ha esteso l’approccio ad altri ambiti e ha avviato un cambiamento culturale, sostenuto da percorsi formativi Green Belt e Black Belt.

Il dato interessante non è solo “quante persone in aula”, ma la scelta organizzativa: oltre 60 risorse, di livello e funzioni diverse (operatori, tecnici, manager, staff), hanno partecipato ai corsi Green Belt; 4 hanno completato anche il percorso Black Belt. L’obiettivo dichiarato era sviluppare agenti del cambiamento motivati e capaci, fornire strumenti innovativi per affrontare vecchi e nuovi problemi e offrire alle persone la possibilità di contribuire in prima persona agli obiettivi aziendali.

Anche sul piano dei benefici operativi, l’azienda ha collegato il miglioramento a indicatori di affidabilità: viene citato un ulteriore miglioramento in OTIF e ATS e il consolidamento della reputazione nel gruppo. Sul piano economico, viene riportata l’implementazione di progetti Lean che hanno portato a “saving importanti”, e sul piano organizzativo l’effetto descritto è empowerment, maggiore engagement e orientamento all’innovazione.

Questo tipo di percorso è utile da ricordare quando un manager si chiede “mi conviene investire in formazione o partire subito con i progetti?”. Nel caso descritto, progetto e competenze sono stati costruiti insieme: il progetto ha creato credibilità, la formazione ha reso il miglioramento scalabile.

 

Come scegliere sponsor efficaci (e cosa fanno davvero)

Nella pratica, uno sponsor efficace non è “chi firma” ma “chi rende possibile”. Nel format del Project Charter, tra i ruoli compare il Champion, che supporta e consolida il team, insieme a figure come Master Black Belt e project leader (Black Belt).

Sponsor efficace = governance + ritmo + rimozione ostacoli

Se vuoi che i progetti ad alto impatto non restino slide, lo sponsor deve presidiare almeno tre leve:

  1. Allineamento: mantenere il progetto coerente con priorità e vincoli (scope/ring), evitando che si trasformi in un contenitore di tutto.
  2. Ritmo: usare schedule e tollgate come momenti reali di decisione, non come rituali.
  3. Persone: proteggere il tempo del team, aiutare il project leader quando i dati non arrivano, quando servono risorse o quando nasce resistenza.

Sponsor e motivazione: la parte “soft” è un requisito operativo

Nei progetti DMAIC, la motivazione non è un extra: è la condizione per portare a casa il lavoro di raccolta dati, analisi e implementazione. Nei moduli di formazione si sottolinea che il sistema motivazionale aziendale guida il comportamento verso obiettivi coerenti con la strategia e che le persone reagiscono in base a sensibilità e storia personale.

Inoltre, viene evidenziato che la motivazione non dovrebbe passare solo dal fattore economico: agire sui fattori non monetari è più impegnativo, ma produce effetti più duraturi rispetto a leve che si esauriscono nel breve. Operativamente, uno sponsor (e un project leader) dovrebbe saper leggere segnali di demotivazione: lamentele sul carico, ritardi alle riunioni, negazione della possibilità di migliorare, dinamiche di colpevolizzazione.

Un gesto semplice ma spesso trascurato è la celebrazione della fine progetto: serve a comunicare risultati operativi ed economici e, anche quando gli obiettivi non sono pienamente raggiunti, a capitalizzare gli apprendimenti (cosa abbiamo sbagliato, come migliorare la gestione dei prossimi progetti).

Da dove partire (se vuoi risultati e non solo “metodo”)

Il Lean Six Sigma inizia a diventare davvero utile quando smette di essere un insieme di strumenti e diventa un modo concreto di gestire il miglioramento “project-by-project”, con obiettivi, metriche e responsabilità chiare. In questa logica, il Master Lean Six Sigma è presentato come un percorso strutturato su tre livelli crescenti di competenza, specializzazione e certificazione.​

Checklist manageriale (pre‑tollgate): 10 domande prima di approvare un progetto

Se stai valutando di avviare Lean Six Sigma (o rilanciarlo), il passo più utile non è “partire con tanti progetti”, ma scegliere 1–2 progetti ad alto impatto, costruire un Project Charter solido e nominare sponsor che possano davvero governare il percorso.

Prima di approvare un progetto di miglioramento, la domanda chiave non è “possiamo farlo?”, ma “stiamo per investire tempo e persone su un’iniziativa impostata bene?”. In Lean Six Sigma questo punto è cruciale, perché il progetto non è un’idea: è un impegno che va formalizzato in modo rigoroso (Project Charter) e poi governato con momenti di verifica che abilitano decisioni vere, come proseguire, chiudere o rielaborare.

Per questo, in questo articolo ti lasciamo un utile strumento che puoi usare da subito in azienda: una checklist “pre‑tollgate” pronta all’uso, pensata per aiutarti a validare in pochi minuti problema, numeri, obiettivi, confini, ruoli e sponsor prima ancora di mettere l’iniziativa in calendario.

  • Il Problem Statement è descritto con dati e con le 5W/WH (cosa, quando, dove, come, chi, perché), non con opinioni?​
  • La baseline (prestazione attuale) è esplicita e abbiamo definito come la misureremo?​
  • L’entitlement (stato dell’arte raggiungibile) è stimato e abbiamo chiarito perché è realistico?​
  • Il goal del progetto è specifico e time‑bound (cosa cambiamo, entro quando, su quali KPI)?​
  • Il business case è quantificato e difendibile (savings / costi evitati / impatti economici attesi)?​
  • Lo scope (in/out) è chiaro, il “ring” del progetto è definito e i vincoli sono esplicitati?​
  • La “soluzione” è davvero non nota a priori o stiamo solo validando una scelta già fatta?​
  • Team e ruoli sono definiti (project leader, champion, process owner, expert) e l’impegno delle persone è sostenibile?​
  • Lo schedule include tollgate review che abilitano decisioni (proseguire / chiudere / rielaborare), non solo avanzamenti?
  • Lo sponsor ha tempo e autorità per rimuovere ostacoli e sostenere il progetto fino in fondo?

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A cura della Redazione Bonfiglioli Consulting
Ogni pubblicazione nasce da studi di settore, ricerche sul campo e analisi dei trend globali integrate con le conoscenze e competenze maturate nei progetti di trasformazione, con l’obiettivo di promuove la cultura d’impresa.

Pubblicato il 25/02/2026

FAQ 

Quali sono le caratteristiche di un progetto Six Sigma ben scelto?

Un progetto nasce per risolvere un problema reale, misurabile, con impatto economico e soluzione non nota a priori; in genere dura tra 2 e 6 mesi e richiede un team con competenze complementari.

Che cos’è il Project Charter e perché serve ai manager?

È il documento che formalizza il progetto nel DMAIC e rende chiari problema, business case, scope/ring, team, obiettivi, benefici/costi e schedule, evitando ambiguità e aspettative non realistiche.

Come si evita di scegliere progetti che “partono con la soluzione”?

Pretendendo che prima si caratterizzi il processo e si cerchino le cause: implementare una soluzione senza conoscere le cause porta a risultati fragili o casuali.

Cosa rende uno sponsor davvero efficace?

Presidiare governance (scope e priorità), ritmo (tollgate) e persone (motivazione, feedback, rimozione ostacoli); la leva motivazionale non è solo economica, ma anche riconoscimento e crescita.

 

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