Il commentoGennaio 2008, stabilimento Fiat di Cassino, reparto
lastratura. Gennaro Auriemma - chiamiamolo così - ha un problema. Il
lubrificante del pistone che aziona la pressa lascia cadere, a tratti,
una goccia d'olio. Un piccolo sfrido, una zanzara che passa davanti
all'obiettivo e rovina la foto. Perché la goccia si imprime, lascia un
cerchio, si nota sulla lastra e dunque sulla portiera. Gennaro ne parla
con il capo Ute. E trova una "soluzione-uovo di colombo": «Un
ventilatore stringe la goccia al pistone, evita sgocciolamento e difetto
di produzione» ricorda Giuseppe Volpato docente di Economia delle
imprese a Venezia (Fiat Group Automobiles, Il Mulino). Una foto senza
zanzara entra nei manuali del World Class Manifacturing. Un altro
tassello portato all'assioma nato in Toyota e teorizzato nella forma del
lean manifacturing da Womack, Jones e Roos ne La macchina che ha
formato il mondo: il miglioramento di una linea di produzione può essere
continuo solo grazie al coinvolgimento permanente della forza lavoro.
Qualità totale coincide con partecipazione allargata.
Cassino, Melfi,
Mirafiori. Ma anche Betim (Brasile) e Tichy (Polonia). Il Wcm ha fin
qui evitato sfridi in tutti gli stabilimenti Fiat del mondo. Tranne uno.
Pomigliano. Persa nelle secche di una trattativa infinita, Pomigliano
attende. Il referendum sull'accordo rigettato dalla Fiom (e non solo) è
stato inquadrato - e forse banalizzato - tra gli assi cartesiani
diritti-produttività. Ma il problema sta anche altrove. Nella goccia
d'olio che minaccia di posarsi sulla lastra della nuova Panda e nelle
implicazioni che questo ha in termini di relazioni industriali. «Quel
che Marchionne ha davanti - spiega Bruno Manghi, decenni di sindacalismo
dialettico in quota Cisl (anche al Sud) - è come far sì che sulla linea
della nuova Panda quel 38% di no all'accordo facciano cadere meno
zanzare possibili».
Il Wcm porta dentro lo stabilimento auto quel
che avviene durante una gara di Formula 1: migliaia di microdati
rilevati, monitorati, riparametrati. Tutto possibile a due condizioni:
costante disponibilità all'analisi dell'output da parte della forza
lavoro; disponibilità assoluta del management a intravedere i problemi
già in fase di progettazione. Il dialogo tra i due piani è premessa
indispensabile del successo.
È qui che le parole di Manghi su Pomigliano diventano
di attualità: «Per uscire dalle secche occorre ricucire il senso di
appartenenza tra l'operaio e lo stabilimento, lacerato dallo stillicidio
degli ultimi mesi». Come? «L'azienda prenda l'iniziativa: crei un
organismo misto elettivo - sindacato e azienda - che affronti la
strategia (cosa e come produrre) e la tattica (come evitare scioperi
impropri e assenteismo). A Pomigliano ci si deve parlare. Marchionne ha
fatto un bagno in Chrysler, ma ora smetta i panni dell'amerikano. In
Campania le dinamiche sono complicate. Si torni al dialogo».
Le
parole di Manghi ricordano le vecchie commissioni interne. E al riguardo
l'Auriemma di Cassino parlerebbe di uovo di colombo. Il fatto è che
Pomigliano non è Melfi, ha un'età più alta, ha una popolazione operaia
scettica, che sente il fiato della crisi più che a Termoli, e in Val Di
Sangro. «Ma proprio per questo se si vuole portare il Wcm e la nuova
Panda anche in Campania - spiega Giuseppe Bonazzi, sociologo
dell'organizzazione (Sociologia della Fiat, Il Mulino) - non c'è altra
via di quella proposta da Manghi».
Il fattore immateriale della
«partecipazione» non lascia traccia di sé in diagrammi e statistiche. Ma
in Fiat hanno avuto modo di pesarlo già molte volte. Quando proprio a
Melfi (1994) venne installata la nuova linea di «montaggio flessibile»,
l'azienda avviò una sperimentazione "coperta" a Mirafiori, testando le
performance su una generazione di cinquantenni affiancati da giovani in
training. Il dato fu sorprendente: «La produttività di Mirafiori -
ricorda Manghi - non fu inferiore a quella attesa per Melfi». Merito del
rapporto di apprendistato che scattò sulle linee, responsabilizzando al
miglioramento continuo la vecchia generazione di piemontesi.
Bonazzi,
che prima della grande crisi del 2004 passò molti mesi a Mirafiori a
studiare la produttività sulle linee, ricorda che la chiava a stella
della qualità furono i quadri intermedi. «La capacità di leadership del
caporeparto era fondamentale, scavava dislivelli a macchia di leopardo
tra unità produttive distanti 200 metri. Creare motivazione e innescare
incentivi per alimentarla fu un fattore chiave del successo. E sarà
decisivo anche a Pomigliano».
E se Manghi avesse ragione? È possibile
avviare a Pomigliano un "laboratorio qualità allargato", che diffonda
il «fattore partecipazione» tra gli operai, e discuta di incentivi per
gli Auriemma in grado di evitare zanzare sulle lastre? C'è qualcuno, nel
sindacato di oggi oltre che in quello di ieri, pronto a battere un
colpo su questo a Pomigliano?
"Il miglioramento di una linea di produzione può essere continuo solo grazie al coinvolgimento permanente della forza lavoro. Qualità totale coincide con la partecipazione allargata". Così cita Francesco Gaeta nell'articolo pubblicato su Il Sole 24ORE
Sempre più spesso si sente parlare di Lean Production, Lean Design sino alla più moderna strategia "World class manufacturing" sviluppata negli Stati Uniti intorno agli anni 90 e che nel 2005 entrava a far parte del mondo Fiat. Ma la stessa Wcm - "la riduzione sistematica di ogni spreco e perdita, con il coinvolgimento di tutti, attraverso l'impegno rigoroso di metodi standard"- sottolinea l'importanza delle risorse e come cita Gaeta nell'articolo "Il Wcm porta dentro lo stabilimento auto quel che avviene durante la Formula 1: migliaia di microdati rilevati, monitorati, riparametrati. Tutto possibile a 2 condizioni: costante disponibilità all'analisi dell'output da parte della forza lavoro; disponibilità assoluta del management ad intravedere i problemi già in fase di progettazione. Il dialogo tra i 2 piani è premessa indispensabile per il successo."
Alcuni esperti sostengono "che per avere successo,
l'attività di miglioramento continuo deve essere favorita dalla
direzione dell'azienda e deve riguardare tutti i livelli; che affinché
si possa ottenere la collaborazione attiva di tutto il personale sia
necessario che questo possa segnalare i problemi senza timori ed
esprimere liberamente le proprie opinioni, sapendo che esse saranno
tenute in considerazione; che sia necessario abbandonare le tecniche di
conduzione del personale basate sulla paura; che arrabbiarsi ed
attribuire al dipendente la colpa per risultati non raggiunti o per
problemi che si sono verificati, invece di ricercarne assieme le cause,
non tenere conto delle opinioni dei propri subordinati, non spiegare
perché si deve operare in un certo modo, siano tutti sintomi di un modo
di conduzione basato sul timore".
Durante la consulenza è facile
riscontrare questo atteggiamento, ma mentre sembrerebbe più ovvio
attendersi questo timore da parte dell'operaio o del semplice impiegato,
risulta più difficile accettarlo da parte dei dirigenti. E' invece
questo livello che spesso soffre la pressione della direzione da una
parte e il doversi affermare come capo davanti ai propri collaboratori
dall'altra. Ma una gestione basata sulla paura e senza uno scambio
continuo di opinioni è un limite per la crescita aziendale.
E' in questa ottica che si deve puntare sulla
formazione del personale a tutti i livelli, non solo limitandosi all'uso
degli strumenti e all'applicazione delle tecniche standard, ma anche
valutando opportuni percorsi che possano svilupparne la comunicazione,
la gestione e la leardership.
Spesso, come la filosofia lean
insegna, è sufficiente che siano note semplici tecniche e metodologie
che devono però essere applicate in tutta l'azienda.
Tra le tecniche
più semplici di "problem solving" possiamo ricordare I 5 perché o il
diagramma causa- effetto noto come "lisca di pesce".
Durante i corsi
tenuti come consulenti, è molto interessante vedere quante idee possano
uscire durante le esercitazioni pratiche, dove persone che lavorano in
diversi ambiti aziendali per la prima volta si trovano raggruppati
intorno ad un tavolo e davanti ad un foglio si pongono semplici domande
per trovare la causa che ha determinato problema. L'errore più frequente
sta nel voler fornire immediatamente la soluzione senza approfondire il
problema per scoprirne l'origine. Ma la forza dello strumento sta nel
momento di confronto tra le persone che non si sentono giudicate, bensì
libere di esprimere la propria opinione.



